PILLOLE #13 Luglio

13 Luglio

La durata dell’inverno / Focus_2 STAGIONE

di e con Eleonora Gusmano e Ania Bogdan

Un inverno particolarmente freddo, di quelli che non finiscono mai. Una non precisata città del nord Italia. Un quartiere di periferia pieno di piccoli negozi con luci al neon, popolato di nebbia ed eccentrici vecchi signori. Una stanza crivellata di spifferi, una stufa elettrica che non scalda abbastanza. Due donne, Tea e Anda, che si trovano a conviverci loro malgrado, lavorando al piano di sopra come prostitute. Il freddo sale dal pavimento, si mangia le ossa, rinchiude il cervello. La pelle è sempre più intrisa dei desideri e degli odori degli altri, di quei clienti il cui tragicomico universo si imprime suo malgrado sui corpi e sull’anima delle due donne. La distanza fra Anda e Tea pare immensa, ma la camera è troppo piccola per tenere separati a lungo i loro mondi, fatti di fantasmi, speranze e superstizioni. L’inverno si rivela troppo lungo per essere affrontato da sole. Ci siamo chieste, scrivendo questa storia, come si forma quell’istante tra gli esseri umani in cui l’indifferenza reciproca si tramuta in empatia.

NARCISO 2.O – C.STUDER STAGIONE

Regia: Carlo Studer

Questa è una storia d’amore. Amore sconfinato, amore tenero e carnale, amore senza riserve e senza limiti. Amore che nutre, amore che è forza motrice e scopo di un’intera esistenza. Questa è una storia d’amore, ma è soprattutto la storia di un’ossessione. E’ la storia di Narciso, quel Narciso che non seppe amare che se stesso, quel Narciso che, aldilà di se stesso, non seppe vedere. Perché è la cecità di Narciso, la sua devozione ossessiva e malata per se stesso il senso della storia. Storia che supera le barriere del tempo, perché è un Narciso moderno quello che ritroviamo, è qui ed ora, con la sua ossessione, con l’aridità del suo cuore cieco, ma anche con tutte le fragilità che il suo amore patologico comportano. Fino alle estreme conseguenze.

KVETCH – CANTINE TEATRALI STAGIONE

Dice Berkoff del suo testo: “Kvetch è uno studio sulle conseguenze dell’ansia su quel logorio interiore che ti tiene sveglio. Quante volte, quando parliamo con qualcuno, c’è nella nostra testa un dialogo che procede per conto suo; qualche volta che ci guida – qualche volte che ci salva. Talvolta quel dialogo nello sfondo della nostra mente è più autentico di uno che si svolge davanti a noi. Se solo noi potessimo dire sempre i pensieri che covano nelle nostre teste, come sarebbe più vera la nostra comunicazione. Siamo come iceberg che si muovono lentamente attraverso la vita e che mostrano e rivelano – raramente – quello che c’è sotto.”

E’ il1986 e siamo in una città degli Stati Uniti d’America. Una coppia di ebrei borghesi invita a cena un ospite. A tavola siedono il padrone di casa, sua moglie, sua suocera e l’invitato. I bambini stanno di là, intenti a baloccarsi con un videogioco di ultima generazione. Cosa può trasformare questa evento in un incubo? Una banalità come ad esempio la voglia di Frank, il padrone di casa, di raccontare una barzelletta; o la paura da parte di Hal, l’ospite, di rivelare come passa le serate ora che si è lasciato con la moglie;

o ancora le angosce di Donna, moglie di Frank, che non è mai sicura di aver preparato una cena accettabile.

IL PELO DELLA LUNA – PATAS ARIBA STAGIONE

Una scala per raggiungere la Luna dalla terra. Una scala perché la Luna raggiunga la terra. Un ombrellino carico di stelle. L’immancabile cesso Patas. La Luna e il Pelo. Due maschere sognanti e con un cuore nero. Una messa in scena ludica, quasi per farsi amare dai bambini. Uno spettacolo che sotto la fiaba nasconde lo spavento, il cinismo, l’affarismo, il sesso, l’amore di contrabbando. Pelo e Luna si muovono, danzano si prendono e lasciano. Si ubriacano. Fanno crimini orrendi sotto l’aspetto sognante. Una scala, un ombrellino, un cesso, due maschere. Il micromondo che basta. Cambi luce e colori. In tralice, tra le parole, tra le azioni, un inferno dolce. Una fiaba nera a volte blasfema. Una scala. Il mondo è fatto a scale c’è chi le scende, chi le sale. Pelo e Luna salgono e scendono dal cielo alla terra. La Luna femme fatale dalle cosce lunghissime, Pelo un gangster spietato. La Luna bimba dolce, Pelo un cuor d’oro. Vivono una storia d’amore noir e fou. Una fiaba nera per il bambino cattivo dentro di noi. Una fiaba colorata per il bambino buono dentro di noi. Che poi è lo stesso.

VIT! VIT – FRANCESCA DANESE STAGIONE

Il progetto VìtVìt! Storia di una perditempo nasce da una riflessione svolta durante un lavoro sul tema del viaggio nell’ambito del progetto RESET-Clessidra (Massafra, TA), finendo per convergere su un altro tema molto caro dell’autrice-interprete: il tempo. Il viaggio, e in particolare il viaggio di una pendolare sempre in corsa, diventa così metafora

della nostra società e delle sue lacune, nonché del suo più grande furto: quello del tempo,

appunto, che finisce col trascinare con sé anche ogni possibilità di costruzione di una vita e di relazione con l’altro.

LADY HOLIDAY MISSISSIPI DRUNK | PATAS ARIBA STAGIONE

La voglia di raccontare una storia difficile ma piena di magia. Billie Holiday è stata la regina del jazz, la sua voce graffiata e piena di dolore, la sua storia di fame e tossicodipenza, il suo passato ancestrale di segregazione, tutti questi elementi sono stati affrontati non come una racconto cronachistico, ma come una storia vissuta all’istante con tutte le amnesie e i ricordi, le rabbie e gli scatti, le seduzioni e gli infantilismi. Billie è un po’ una maga un po’ uno spirito che vaga e ha voglia di cantare attraverso colori e simboli.

Billie entra in scena, è ubriaca, una sedia l’accoglie e lei siede di spalle, vediamo solo un fiore esagerato sulla tempia che traballa, anche lui; tre misteriosi musicisti sono ai loro posti, piano, chitarra, basso. La musica comincia e così la sua storia non storia, Strange Fruit è l’inizio di tutto, il testo della canzone si sviscera, è cantato, raccontato e vissuto come una cascata di fiori bianchi che invade la scena, un amaro raccolto da eseguire come

un’improvvisazione jazz. Billie con la schiena china, come una schiava raccoglie i petali bianchi, sembrano ciuffi di cotone, e anche nuvole.

LA COSMETIQUE – TEATRO EBASKO UNDER 25

con

Simone Bevilacqua, Marzia D’Angeli, Marta Orrù, Domenico Pizzulo, Sebastiano Stefanoni

Non prodotti di bellezza, ignorante babbeo. La cosmetica, la scienza dell’ordine universale, la morale suprema che determina il mondo. Se io oggi sono qui, non c’è casualità, c’è cosmetica. Nel venire da lei due giorni dopo l’accaduto, nel farlo semplicemente sbattendole in faccia il mio delitto, non ci sarebbe cosmetica. Era inevitabile che lei percepisse la sua consapevolezza come una vertigine sacra: ma adesso è la sua pelle,che deve capire, sposare l’ordine del cosmo, non la sua razionalità”